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Biografia Bibliografia Antologia critica
 

1904 – 1922 Nasce a Loreto, in provincia di Ancona, il 16 febbraio 1904, da genitori analfabeti ed in condizioni economiche modestissime. Ancora bambino deve aiutare il padre fruttivendolo, così frequenta le scuole elementari in ritardo e solo sino alla terza classe; questa mancata crescita scolastica alimenterà la sua fame di studio, quella voglia di “sapere” e di ricerca che lo accompagnerà per tutta la vita. Nasce così la passione per la poesia e per la musica; alla scuola delle Cappelle Musicali della Santa Casa imparerà a suonare il clarinetto ed entrerà poi nella banda del paese. La sua anima mistica, nutrita dalla madre devota, lo avrebbe portato alla vocazione religiosa se i notabili di allora avessero mantenuto la promessa di farlo studiare al Seminario di Recanati, e all’Accademia di San Luca a Roma. In confronto al lavoro col padre, aiutare il fratello maggiore, decoratore e dilettante pittore, diventa quindi un piacere, e lo inizia al mondo dell’arte; da lui apprende le prime nozioni artigianali e le tecniche di decorazione.

«Avrei potuto essere un musicista, al primo tormento dell’animo, un poeta al secondo tempo: ma né l’uno né l’altro fu possibile per la mia assoluta ignoranza in materia. Ora la pittura, per quanto sia più ignorante in tal materia, mi offre la possibilità di studiare da solo, avendo una attinenza pratica per vivere con la decorazione e l’imbiancatura».
Inizia a disegnare giovanissimo, evidenziando il suo naturale talento e la sua inventiva. (Il Soldato e Santa Lucia, I miei nervi e Il nido). La passione religiosa e l’arte della decorazione si alimentano nella Basilica della Santa Casa, dove può ammirare gli affreschi del Melozzo da Forlì, del Signorelli e del Maccari, e soprattutto i decoratori Biagetti e Gatti mentre decorano la Cappella Polacca, ai quali va la sua venerazione per avergli acceso l’ispirazione alla pittura religiosa.

I miei nervi (1919)  Il nido (1920) 

1923 – 1929 Nel 1923 il decoratore piacentino Camozzi, venuto a lavorare nella Basilica di Loreto, lo prende come aiutante, e successivamente lo sistema a Piacenza presso i pittori di chiese Aspetti e Rossi, dove rimane due anni.

«Ciò che pitturano i miei principali, rappresenta il “non plus ultra’’ dell’arte, non meno di Maccari e di Raffaello; io un giorno li raggiungerò!».
Ad un certo punto capisce che la decorazione non lo avrebbe mai soddisfatto e così, nel 1925, raggiunge Milano, dove un lavoro di imbianchino gli consente di vivere e di frequentare contemporaneamente le scuole serali di “Brera” (allievo di Poliaghi) ed i corsi superiori al “Castello Sforzesco” (allievo di Grandi).
«Feci l’entrata a Milano come un passero tentennante, avido di beccare quel nutrimento cittadino necessario alla mia incolmabile ignoranza, innocente presunzione».
Nell’aprile del 1927 viene arruolato nel Regio Esercito e trasferito a Fiume. Il suo spirito libertario e indipendente mal si addice alla rigidità della vita militare; esile di corporatura, intraprende un dissimulato digiuno, che gli varrà il congedo anticipato nell’ottobre dello stesso anno. Questo breve periodo in Istria, stimolato dal contatto estivo con l’amata natura, gli farà nascere l’attrazione, quasi una necessità, di dipingere dal vero.
«Questa notte ho montato di guardia, vidi uno spettacolo lunare meraviglioso. Ero proprio sbigottito. Ricorderò sempre simile impressione, e decisi di studiare il “vero” - la pittura – giacché la poesia mi ha per sempre abbandonato».
Questa nuova brama di perfezionamento artistico, attraverso la “pittura dal vero”, lo convince della necessità di trasferirsi in Brianza. Abbandona le scuole d’arte serali e lavora senza sosta, risparmiando su tutto, perfino sul cibo, per accumulare il denaro necessario.
«Mi faccio da mangiare e mi lavo un po’ di biancheria e le pezze dei piedi che portai da militare. Voglio fare economia, spendo £. 26 alla settimana. Mangio malissimo. La mia paga di imbianchino è di £. 126, ho deciso di mettere da parte 100 lire alla settimana sino a raggiungere 5000 lire con quello che ho già da parte».
Affitta un locale a Porchera, nei pressi di Calco, dove si insedia nel maggio 1928, in compagnia del collega Aldo Colombo. Qui, con la sua ormai allenata predisposizione al risparmio ed alle privazioni, riesce a dedicare un anno allo studio del paesaggio. Finito il denaro si trasferisce per qualche mese a Merone, in villa Morellini, dove, in cambio dell’ospitalità ricevuta, decora la villa.

Gli anni ‘30 e l’esperienza di via Solferino 11 Il 3 marzo del 1930 rientra a Milano.

«Sono ritornato a Milano. Finalmente ho trovato da fare il verniciatore nella solita ditta “Forni”. Sono contento perché il mio corpo e il mio spirito non resisterebbero come l’anno scorso. Per esperienza non posso più concepire la miseria materiale, perché significherebbe quella spirituale. Oggi è impossibile pensare di fare il bohemienne [...] significa non essere all’altezza dei propri tempi. Invece di prendere 10 in pittura, piglierò 6, sufficientemente per rivelarmi onesto e autentico. [...]Ho preso in affitto un abbaino in via Solferino 11. Che destino! Vicino al mio abita il pittore Giovanni Colombo detto da Busnago, virtuoso del Naviglio, fratello del Colombo che mi fece compagnia a Porchera, anzi abitammo insieme!».
Lo stesso palazzo diventerà in seguito un vero e proprio covo di giovani artisti, tra i quali Saltini, Andreoni, Mantica, Bonfantini, Birolli, Spilimbergo, Lilloni, Greggio, Del Bon e frequentati da Giolli, Persico, Gatto, Cantatore e Carrieri. Gli viene proposto di unirsi al “gruppo” che poi doveva essere di “Corrente” e “Chiarista”, tanto era evidente il suo distacco dal Novecento, ma Alfieri, di natura scontrosa e timida, col suo lavoro di imbianchino, temeva di comparire inferiore ai suoi colleghi, i quali ostentavano la loro affermazione di pittori. Si tiene perciò appartato e poco condivide le loro idee artistiche; si intrattiene solo in qualche piacevole chiacchierata col Persico, particolarmente su problemi religiosi, in cui si sente più sicuro.
«Studio di buona lena e produco qualche quadretto scuro di tono. I pittori, vicino, dipingono tutto in “chiaro” e a colori brillanti. Io non mi sento, per ora, e non mi sforzo, per quanto sappia che simile pittura incontra il gusto di oggi».
La coabitazione con i pittori di via Solferino lascia comunque qualche traccia nei toni delicati di alcuni ritratti (Il portinaio di via Solferino 11, Bruna Verde più verde, Adolescente, Fanciulla che sogna e Fanciulla pensosa, tutti del ‘33), in contrapposizione con Macinino e Paesaggio loretano, del ‘31 e di Il mio studio e Mio padre del 1932.

Il portinaio di via Solferino 11 (1933)  Bruna Verde più verde (1933)  Fanciulla che sogna (1933)  Fanciulla pensosa (1933) 

«Ho fatto domanda per l’iscrizione al Sindacato Belle Arti. Ecco questo è un principio che in Arte non si dovrebbe effettuare. Io mi sono iscritto perché sono ansioso di partecipare alle mostre d’arte, giacché diversamente non si può farlo! Ma saranno accettati dalla giuria i miei primi lavori?».
La prima collettiva, "I pittori del numero 11, è del 1931 nell'attigua via Palermo nei locali messi a disposizione dal comm. Eraldo Bonecchi già proprietario dello stabile di via Solferino 11. Poi una seconda alla Permanente di Milano nel 1932. Il carattere innovatore e la genialità sperimentata delle sue opere attirano l’interesse dei critici più autorevoli del tempo: Raffaello Giolli, Carlo Carrà, ma soprattutto Edoardo Persico, che nel 1933 (“Corriere Padano”, Ferrara 3 marzo 1933) lo annovera "tra i più significativi pittori d’avanguardia, anticipatore di quella rottura ideologico formale del ‘900,[...] il meno infarcito di problemi estetici e tricomie".

Nel 1933, con l’opera Fabbriche del 1931, gli viene assegnato il premio Confindustria alla Mostra del Sindacato Fascista Belle Arti e partecipa alla Intersindacale di Firenze. Il 1933 è anche l’anno della morte della madre, alla quale è particolarmente legato; dà sfogo al dolore immergendosi nella pittura; sarà un periodo particolarmente intenso per la quantità e la qualità delle opere prodotte. Affresca alcune pareti alla Triennale di Milano, accanto a Sironi, Cagli ed altri maestri; con il sostegno di Persico, espone (fuori catalogo) in un corridoio della stessa Triennale, i suoi cinque omaggi archetipo: Giroglifico, Omaggio a Persico, Omaggio a Pagano, Omaggio a Terragni ed Omaggio a Casabella.

Giroglifico I Triennale Milano (1933)  Omaggio a Persico I Triennale Milano (1933)  Omaggio a Pagano I Triennale Milano (1933)  Omaggio a Terragni I Triennale Milano (1933)  Omaggio a Casabella  I Triennale Milano (1933) 

Dedica un omaggio a Prampolini (poi ribattezzato Cosmocomposizione - Omaggio a Prampolini) e realizza una serie ottico-cinetica di “Bozzetti per proiezione”. Dipinge un Autoritratto (rinominato poi Entro la gabbia dell’inconscio) e due omaggi a Mondrian (I Omaggio a Mondrian rinominato poi Psicofisarmonica e II Omaggio a Mondrian) ed un Omaggio a Soldati.

Cosmocomposizione Omaggio a Prampolini (1933)  Autoritratto Entro la gabbia dell'inconscio (1933)  Primo omaggio a Mondrian Psicofisarmonica (1933)  Secondo omaggio a Mondrian (1933) 

A 29 anni, quando già ha dato valida prova di pittore con queste opere, elogiate dal Giolli e dal Persico, giustifica la sua inquietudine con il timore di non essere sulla giusta strada e pensa di trovarla all’Accademia di Brera. Prega il maestro Aldo Carpi, titolare dell’Accademia, di lasciargliela frequentare liberamente, destando la sorpresa sia del Carpi che dei giovani allievi Valenti, Badodi e Filippini che non nascondono il loro interessamento nel vederlo ritrarre il modello con procedimento antiaccademico. Capisce di non essere nel posto giusto e compiuto il lavoro non vi fa più ritorno. Nel 1934 per un impegno ad esporre al Circolo Filologico di Milano, perde la “grande occasione”: una personale alla Galleria “il Milione” con presentazione di E. Persico. Lo stesso Persico, in una sua lettera all’artista, scrive:

“…richiamandosi poi ai tredici ‘pezzi’ che abbiamo scelto insieme da esporre alla Galleria del Milione con ottime condizioni, e mia presentazione nell’autunno del 1934, in attesa che tu possa disporre ancora, almeno di una decina di “pezzi”. Invece tu, intendi esporli nella primavera prossima al Circolo Filologico! Che debbo dirti caro Alfieri? Capisco il tuo precedente impegno, ma qualche volta, santo cielo! è necessario essere uomini pratici! Non lasciarsi sopraffare dagli scrupoli, dalla timidezza, da quell’isolamento che precluderà la tua strada; devi essere duro verso un certo prossimo, più attivo verso la cultura!”.
In questi anni, coniugando l’esperienza di decoratore e di pittore, intraprende l’esecuzione di lavori “pubblicitari” in varie manifestazione fieristiche in Italia e all’estero. Inizia per Alfieri una sensazionale avventura: l’esperienza polimaterica, in parte ereditata da Enrico Prampolini, ma portata avanti con una propria personalità, con il fantasioso ed audace utilizzo di immagini e fotogrammi, impensabile per quei tempi. Così Alfieri, tra il 1932 e il 1948, realizza una straordinaria serie di pannelli di grafica e collages, tra i quali Lumière, 1932; Vetrina XIV Fiera di Milano, Pannello XI Fiera di Milano, 1933; Pannello IX Fiera del Levante, 1938; La Divina, Manifesto VIII Esposizione Internazionale Cinematografica Venezia, 1939; Triennale d’oltremare Napoli, Pannello XXI Fiera di Milano, Il Ricamo XXV Biennale Venezia, 1940; X Fiera del Levante, Manifesto “SAFAR” Radio Cine, 1942; Vetrina Lanerossi, 1948; Omnibus, 1950.

Lumiere I Esposizione Internazionale Cinematografica di Venezia (1932)  Vetrina XIV Fiera di Milano (1933)  Pannello IX Fiera del Levante (1938)  La Divina - VII Esposizione Internazionale Cinematografica di Venezia (1939) 

Manifesto - VIII Esposizione Internazionale Cinematografica di Venezia (1939)  Triennale d'oltremare Napoli (1940)  Il Ricamo XXV Biennale Venezia (1940)  Manifesto SAFAR Radio Cine (1942) 

Bisognoso di solitudine ed indipendenza, abbandona nel 1934 l’abbaino di via Solferino e si trasferisce provvisoriamente in via Bramante 42, con lo scultore Ferrino Sebastiani, suo conterraneo, e fratello della sua futura moglie, e dopo qualche mese, da solo, in via Procaccini, 60. Tra il 1935 ed il 1939 riduce la sua attività pittorica da cavalletto, per concentrarsi nel lavoro nelle fiere e per dedicarsi nel tempo libero allo studio per conseguire il diploma di maturità artistica al Liceo di Brera, in modo da poter accedere all’insegnamento, ed abbandonare il pesante lavoro di imbianchino. Raggiunge il suo scopo alla vigilia della guerra, nel 1939, con la cattedra di Affresco e decorazione alla Scuola Umanitaria di Milano. Nel 1935 è presente per la prima volta alla II Quadriennale di Roma; vi ritorna nel 1939 con Figura pensosa e Mezza figura seduta; nel 1943 con Natascina e Sedano veronese; e nel 1956, anno in cui otterrà il premio acquisto.

Natascina (1933) 

Accetta la proposta del pittore Prada, quale aiuto per un periodo di sei mesi, di dipingere la Chiesa di Cancano (Sondrio). Nel 1937 espone alla Mostra Universale di Parigi il dipinto Mariuccia eseguito nel ‘32 in via Solferino, ed ottiene il diploma con medaglia d’oro. Nel 1938 partecipa alla Biennale di Venezia con la tela Castello Sforzesco del 1931 ed espone alla Intersindacale di Napoli. Nel 1939 ottiene il Premio Sindacato Belle Arti di Roma ed il IV posto alla Mostra del Paesaggio Bergamasco (Concorso interpretazione Bergamo Antica); partecipa alla Quadriennale di Roma; allestisce la sua prima “personale” in galleria a Genova (Galleria Genova) con Quarti, Viviani e Grossi.

1940-1949 La dichiarazione di guerra lo scuote dal torpore artistico e dalla crisi seguita alle assidue letture sui problemi di Estetica che dovevano finalmente evolverlo, inquadrarlo e sedargli quell’ansietà del nuovo, così ricercato dalla incalzante cultura moderna. In questo felice periodo dipinge quella serie inedita di quadri ch’egli, per la sua naturale incontentabilità, non ritiene degni di esporre e che invece, secondo alcuni critici, costituiscono il bagaglio più rappresentativo di una esperienza che nel tempo rafforza il convincimento di una posizione di avanguardia dell’artista, assunta in un periodo in cui molte preclusioni ostruzionistiche rallentano il naturale spirito di ricerca di alcune formazioni artistiche nazionali non comprese nell’agone dei movimenti ufficialmente riconosciuti.

In questo periodo bellico partecipa a numerose collettive e premi ottenendo molti riconoscimenti. Nel ‘40 espone due opere alla Biennale di Venezia (per il Concorso “Ritratto” espone Natascina del 1933), dove è di nuovo presente nel ‘42, e nel ‘44 con una parete. Ancora nel 1940 ottiene il premio della Provincia alla mostra del Sindacato Fascista Lombardo della Permanente di Milano; il premio giovani al Premio Bergamo, insieme a Mafai, Guttuso e Cantatore, col dipinto Ambiente Strano del 1934; la medaglia d’oro all’esposizione “Artisti Italiani” a Losanna. Alla Triennale di Milano è invitato ad affrescare una parete. Il bozzetto viene approvato ma poi non viene più fatto eseguire, per una sorta di ostruzionismo ed anche per la sua natura timida e appartata. Nel 1941 vince il II Premio “Lago d’Iseo” al Premio Bergamo, il Premio acquisto della Provincia di Milano a Milano ed il Premio Ente Turismo a Brescia. Nel 1942 allestisce due personali, alla galleria Grande di Milano e alla Galleria Genova di Genova; vince il Primo premio, ex equo con Tomea, a Verona con Rapanelli (1942); il Primo premio ex equo “Pier della Francesca” a Firenze con Lotteria di Tripoli (1942); ed il primo premio del Ministero dell’Educazione Nazionale.

Nel ‘42 si lega sentimentalmente ad Argentina Sebastiani, chiamata marchigianamente Argè, che aveva conosciuto nel 1933 ma che per una serie di circostanze non aveva più rivisto, e si sistema nella casa di lei, una villetta in viale Zara. Nel 1943 gli viene bombardato due volte lo studio di via Procaccini; il secondo bombardamento lo raderà al suolo distruggendo molte opere e gran parte della documentazione. Allestisce una personale alla Galleria Barbaroux; espone, invitato, alla Quadriennale di Roma e vince il premio della Provincia alla Intersindacale di Milano. Le distruzioni e le conseguenze della guerra sulla popolazione, lo colpiscono particolarmente e trasferisce queste emozioni in molte opere: Distruzione, Bivacco e Bivacco 2, del 1942; Neve e macerie, Partigiano caduto e Lo studio distrutto del 1943.

Bivacco 2 (1942) 

La Resistenza Geloso della propria indipendenza spirituale ed insofferente a qualsiasi vincolo politico, non vuole iscriversi al partito fascista e deve così abbandonare l’insegnamento all’Umanitaria. Inizia a militare nella Resistenza, e si dedica, con l’amico Ferrino Sebastiani, alla propaganda antifascista: stampano volantini e li divulgano anche in pieno giorno sui tram. Vengono però presi di mira dalla polizia politica, e mentre il Ferrino viene sfortunatamente preso in un rastrellamento e deportato in Germania, l’Alfieri decide di riparare nelle Marche, dove, nell’ottobre del ‘43, entra nella formazione partigiana, Brigata G. “Ancona”, col grado di capo gruppo. Nel frattempo anche la villetta di viale Zara viene distrutta dai bombardamenti ed Argè sfolla in provincia di Como, dove a novembre nasce la prima figlia Sonia, che Alfieri però potrà abbracciare solo a guerra finita. Milita insieme al cugino Nereo Alfieri, noto archeologo scopritore della città etrusca di Spina, sotto il comando di Paolo Brancondi, poi catturato e fucilato dai tedeschi insieme al fratello Bruno nel giugno ‘44. Ricercato, dopo la cattura dei Brancondi, si nasconde nelle campagne marchigiane.

Il dopoguerra Rientra a Milano e si trasferisce con la famiglia nella ex casa del fascio “Cà Rossa”, una torre in piazzale delle Milizie a Milano, abitata dai sinistrati che l’hanno occupata nel ‘45. Si sposa con Argè e descrive questa sorta di coabitazione coatta in una sceneggiatura per un film neorealista, Matrimonio in coabitazione. Attaccata alla torre, in un’altra costruzione bassa, l’ex cinema-teatro della casa del fascio, Alfieri recupera un locale che adibisce a studio. Nel ‘49 nasce il secondo figlio, Aliosca, e la moglie è costretta ad abbandonare l’impiego; Alfieri deve riprendere l’odiato lavoro manuale: apre una piccola attività di decorazione e imbiancatura, e continua gli allestimenti nelle Fiere, limitandosi però ad eseguire i progetti decorativi che gli vengono affidati dagli architetti. Nel 1951 acquista un piccolo appartamento in cooperativa, frutto di economie e dell’impegno a verniciare ed imbiancare tutto l’edificio. Ma un’ingiusta causa, promossa dall’Amministrazione della Cooperativa, gli esproprierà la nuova casa nel 1959; solo dopo anni di battaglie giudiziarie viene risarcito del torto subito.

Riprendono, agli inizi degli anni ‘50, gli allestimenti di mostre personali e le partecipazioni a collettive e premi ai quali non mancheranno i riconoscimenti. Nel 1957 G. Kaisserlian gli dedica la prima importante monografia Alfieri artista contemporaneo, edizione Bertieri, Milano e nel ‘60 la monografia 15 disegni di Attilio Alfieri, edizioni del Milione. Il suo nome comincia ad essere conosciuto ed apprezzato anche all’estero, partecipa a numerose collettive da Londra a Zurigo, Ginevra, Parigi, Amsterdam e New York, dove allestisce due personali. Gli anni sessanta e settanta sono quelli di maggiore attività espositiva e di conseguente notorietà. Le sue nature morte sono molto apprezzate dal mercato, ma il suo carattere schivo e la sua irrinunciabile indipendenza, gli impediscono di aderire alle richieste dei mercanti ufficiali e di “amministrare” la propria produzione.

La notorietà e la connessa necessità di produrre per il mercato, non gli si addicono, sente la necessità di tornare a “dipingere” in tranquillità e solitudine, e dato che lo studio di via Pantano è troppo frequentato, affitta sul finire degli anni sessanta un’ampia soffitta in via S. Francesco d’Assisi, che, salvo rare eccezioni, manterrà segreta. Qui per oltre dieci anni, stimolato dal continuo susseguirsi di straordinari avvenimenti, dalle tragiche morti dei Kennedy, del Che e di M.L. King, al ‘68 ed agli anni del terrorismo, produce una serie di quadri di grande formato, per i quali ricorre alle tecniche utilizzate per le fiere, l’uso del collage e delle fotografie, tra cui 1968, I Superstiti, Deposizione, Crocifissi. Sempre con l’utilizzo di tecniche miste, realizza molte opere tra cui alcune cartelle di serigrafie (Le ignote galassie, I sette vizi capitali, Cerimoniale di una forma, tutte del 1973) ed una serie di opere, I trovati, raccogliendo materiali ed oggetti trovati per strada. Si susseguono le esposizioni personali in Italia, tra queste ricordiamo le più importanti: l’antologica del Comune di Milano all’Arengario, e della Società Promotrice Belle Arti al Valentino di Torino del 1971; la mostra del Comune di Roma al Palazzo Braschi del 1973; l’antologica del Comune di Ferrara al Palazzo dei Diamanti del 1979; l’Antologica del Comune di Milano al Palazzo Reale del 1981; l’Antologica del Comune di Loreto del 1989. Tra i numerosissimi attestati che hanno caratterizzato pure gli ultimi trent’anni della sua vicenda artistica ricordiamo il Diploma medaglia d’oro alla riconoscenza assegnatogli nel 1988 dalla Provincia di Milano.