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Renato Barilli in Attilio Alfieri, collages e disegni 1932 ? 1953, ed. Bora, Bologna 1978

Le cose più giuste su Attilio Alfieri le ha dette, e non poteva essere altrimenti, Edoardo Persico, negli ormai lontani anni 30, quando in una lunga lettera riconosceva all'artista un'ansia sperimentale, un'irrequietudine mobile e vivace che lo portava a battere mille vie, senza però riuscire a fermarsi in alcuna di esse, e senza giungere e farne un uso coerente, a senso unico. Quello di Alfieri infatti, è, un sorprendente mimetismo che non ha mai conosciuto soste e che lo ha portato di volta in volta a entrare in pelli diverse, non di rado avanzate e precoci rispetto ai tempi in cui sarebbero divenute prevalenti e alla moda. Sforzo difficile, allora, o forse di più, improduttivo, errato, il tentare di cogliere in lui una "vera" natura, una sostanza unica, rispetto alla quale le altre sue incarnazioni sarebbero solo apparenze o schermi provvisori. Forse dovremo deciderci ad accettarlo per quello che è, cioè appunto, per il suo mimetismo, per il cangiantismo mobile, che del resto ne fa un caso molto raro e infrequente. Il taglio della presente monografia, dedicata a disegni, tempere, progetti e manifesti, a un'attività grafica che in altri tempi si sarebbe detta minore o "applicata" rischia invece di cogliere gli aspetti di Alfieri più appetibili alla luce dei nostri interessi attuali, più in linea rispetto a una concezione avanzata dell'arte, appoggiata al culto delle avanguardie, vecchie e nuove. Ma è giusto operare una simile selezione? E' giusto dimenticare le altre opere che, nel medesimo decennio '30-'40, egli eseguiva nell'ambito della pittura-pittura, del «quadro da cavalletto» e che poneva all'ombra di bandiere decisamente meno avanzate, sempre almeno rispetto ai nostri gusti odierni, e pagando tutti i suoi debiti al Novecento, ai Chiaristi, al paesaggismo lombardo o infine procedendo verso esiti tipo Corrente, anche qui con un po' di anticipo a suo vantaggio? Forse non conviene del tutto che nella carriera di Alfieri si crei il dramma del «cadavere nell'armadio», come sarebbe inevitabilmente se in lui si trascurasse la linea tradizionalista a favore dell'altra d'avanguardia. Certo è che, rifacendoci a quest'ultima, come invita a fare la presente monografia, ne viene l'immagine di un giovane artista che marcia coraggiosamente gomito a gomito con gli architetti di quella stagione, a cominciare da Terragni, e che è da vedere abbastanza vicino agli Astrattisti Lombardi, quasi più vivace e impulsivo di loro, più sperimentale, anche se inevitabilmente, date le sue caratteristiche di fondo, meno «rigoroso», il che poi significa meno legato al culto della geometria, pronto a saggiare, appunto in misura precoce, le possibilità dell'astrazione organica e gestuale, contro quelle del rigore neo-costruttivista. Un grafismo esuberante, esplosivo è infatti l'accattivante biglietto da visita con cui l'artista si presenta, in quei primi anni '30: quasi un anticipo sui "concetti spaziali" di Fontana, che però su quella strada, sarà al solito, più fermo e rigoroso, e soprattutto metterà un impegno irreversibile. Mentre per Alfieri i grafismi liberi sono non più di una stoccata ardimentosa, da cui poi si ritrae. D'altra parte, è proprio del suo carattere portare altre stoccate in altre direzioni. Quella che esce molto ben documentata in questo libro è la pratica dei collages misti a interventi di pittura. La matrice è rigorista-lombarda, ovvero attesta un rifarsi a quel maestri del primo Novecento, Moholy-Nagy, il clima Bauhaus, in cui consisteva tutte il vanto e l'anticonformismo, lo spi¬rito anti-Novecento della pattuglia lombarda (a questo proposito sarà opportuno ricordare subito i fotogrammi e le scenografie di Veronesi). Solo che anche qui Alfieri non tarda a «rompere», non sopporta cioè la cadenza misurata, l'abito stretto e un po' mortificante che sarebbe richiesto da una simile poetica. La griglia resta, si, abbastanza razionale e nettamente scandita, ma tra le sue maglie essa calamita lacerti assai gustosi e policromi, di chiassosa banalità e attualità, sforbiciandoli dai giornali illustrati dell'epoca, con un preannuncio dell'operazione Pop. E siccome gli interventi a collage sono mescolati, come si diceva, ad altri di natura pittorica, viene la tumultuosa convivenza, choccante e urtante, che caratterizzerà, ma quasi vent'anni dopo, il grande Rauschenberg. Infine, altra stoccata da registrare, quella in direzione dell'impiego di forme astratto-organiche vagamente ameboidi, quasi provenienti da una linea surrealista allora del tutto sconosciuta nel nostro ambiente di cultura, mentre al contrario in culture più avanzate stava avvenendo, attorno ad essa, in quegli anni a cavallo tra il '30 e il '40, uno dei più importanti "cambi di staffetta" dell'arte recente, da Arp e Mirò a Gorky e Matta. Da noi un'eco smorzata di quell'operazione sarebbe venuta solo qualche tempo dopo attraverso l'Astratto-Concreto Venturiano. Tutti questi presentimenti sono in Alfieri, senza dubbio, in misura epidermica. E tuttavia "ci sono", e occorre pure prenderne atto. Del resto, il prepotente sensualismo che si rivela in essi funziona da trait d'union rispetto alle altre prove pittoriche degli stessi anni e di quelli successivi, e consente anche a queste di bruciare qualche tappa, di attingere per esempio con buon anticipo un goloso materismo, però troppo spesso finalizzato al compito di evocare gli oggetti e gli ambienti di nature morte tradizionali. Si potrebbe quasi rimpiangere che all'artista sia rimasto troppo tempo da dedicare alla «pittura pura». Forse se fosse stato ancor più assorbito da esigenze professionali, da obblighi di lavoro applicato ai fini della pubblicità, avrebbe evitato lo scoglio del naturalismo, della «rappresentazione». Ma lo dicevamo all'inizio, meglio non recriminare, accettare Alfieri per quello che è stato ed è, aiutarlo a sua volta ad accettarsi, senza spingerlo a racchiudere cadaveri nell'armadio. Del resto, non viviamo forse in tempi di rivisitazioni e di riesumazioni sistematiche? E dunque, le doti di mimetismo, di esplorazione diramata, anche se talvolta superficiale, in cui Alfieri eccelle, non sono più tanto disprezzabili, come avverrebbe in stagioni dedicate al culto del vigore e dell'austerità.