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Edoardo Persico in Corriere Padano, Ferrara, 17 luglio 1935

Conobbi l'Alfieri agli inizi, in via Solferino 11. Ogni tanto ci intrattenevamo al caffè "Sorriso d'Italia" in largo Notari, a conversare preferibilmente di problemi religiosi, che lui sosteneva con ardore savonaroliano. A vederlo si direbbe tagliato a fare il martire più che il pittore, o lo si immaginerebbe meglio a dipingere con su il saio. Come negli asceti si scopre in lui la stigmate del sacrificio: asciutto, umile e timido. Scantona ad ogni incontro. Si lamenta che non può "pittare di fino". Difatti lo si vede per la via Solferino, con il secchio della calce e il pennellone da imbianchino. Peccato non possa dedicarsi all'arte! Ci soffre. Si scorge nel suo viso l'ansia di dover fare dell'arte nell'assillo, nel dissidio terribile delle cose pratiche. L'ho sempre seguito, ripromettendomi più volte di studiare la sua arte acerba, tuttora avvolta in un che di pregno e di inesploso. Dai primi dipinti agli ultimi la sua personalità mi è apparsa singolarmente umana oltre che artistica. Tale necessità interna lo porta ad andare verso gli uomini e le cose con dedizione e amore religioso, forse unico fra i pittori che io bazzico in via Solferino. Sebbene stia fuori da ogni polemica o gruppo, oggi così necessaria all'artista, egli risolve validamente con sintesi e con istinto gli aspetti più interiori che esteriori della figura umana. È certamente da annoverarlo tra i più significativi pittori d'avanguardia, anticipatori di quella rottura ideologico formale del '900. Il meno infarcito di problemi estetici e di tricromie. E se non gode l'attualità del "Clan" di pittore chiassoso, godrà del sacrificio la luce di domani.